Chi attraversa Porta del Popolo e mette piede nell’omonima piazza viene accolto da un monumento che domina lo spazio con la sua imponenza: l’Obelisco Flaminio.
Da oltre quattro secoli segna il cuore di Piazza del Popolo, ma la sua storia è molto più antica. Prima di diventare uno dei simboli di Roma, questo gigantesco monolite di granito aveva già attraversato oltre dodici secoli di storia nell’antico Egitto.
Fu scolpito per celebrare il potere dei faraoni, trasportato a Roma per esaltare la grandezza dell’Impero e, infine, reinterpretato dalla Chiesa come simbolo della nuova città cristiana.
Ancora oggi accompagna l’ingresso di chi arriva da nord, proprio come accadde il 23 dicembre 1655, quando Cristina di Svezia fece il suo solenne ingresso a Roma attraversando Porta del Popolo. Da allora l’obelisco continua a osservare in silenzio il passaggio di papi, pellegrini, ambasciatori, artisti e viaggiatori, testimone silenzioso della storia della città.
Dall’Egitto a Roma
La storia dell’Obelisco Flaminio inizia molto lontano da Roma.
Fu scolpito nel XIII secolo a.C. nelle cave di granito rosso di Assuan durante il regno del faraone Seti I. L’opera venne completata dal figlio Ramses II, che fece incidere sulle quattro facce dell’obelisco i propri cartigli e iscrizioni geroglifiche dedicate al dio Sole Ra.
Come la maggior parte degli obelischi egizi, era destinato a essere innalzato all’ingresso di un grande tempio, spesso in coppia con un secondo obelisco. Simbolo del dio Sole Ra, rappresentava il potere del faraone e il legame tra il mondo terreno e quello divino.
Per oltre dodici secoli rimase in Egitto, fino a quando Roma conquistò il regno dei faraoni.
Il viaggio voluto da Augusto
Nel 30 a.C., dopo la sconfitta di Marco Antonio e Cleopatra, l’Egitto divenne una provincia dell’Impero romano.
L’imperatore Augusto decise di trasferire a Roma alcuni dei monumenti più prestigiosi della civiltà egizia come simbolo della vittoria e della nuova potenza imperiale.
L’Obelisco Flaminio fu trasportato dall’Egitto a Roma con una complessa operazione navale che lo condusse fino al porto di Ostia. Da lì venne trasferito al Circo Massimo, dove fu collocato sulla spina centrale, la lunga struttura che divideva la pista sulla quale si svolgevano le corse delle bighe.
Per i Romani non era soltanto un prezioso monumento antico: rappresentava il dominio dell’Impero sull’Egitto e la capacità di Roma di appropriarsi delle opere più prestigiose delle civiltà conquistate.
Secoli di oblio
Con il progressivo declino dell’Impero romano anche il Circo Massimo cadde in rovina.
L’obelisco crollò e, con il passare dei secoli, rimase sepolto sotto metri di terra e detriti. Quando venne riscoperto nel XVI secolo fu ritrovato in tre grandi frammenti.
Per lungo tempo sembrò destinato a rimanere una testimonianza dimenticata dell’antica Roma.
Sisto V ridisegna Roma
Alla fine del XVI secolo papa Sisto V affidò all’architetto Domenico Fontana un ambizioso progetto di trasformazione urbana.
L’obiettivo era collegare le principali basiliche della città attraverso nuovi assi viari, utilizzando gli antichi obelischi come punti di riferimento visibili anche da grande distanza.
Nel 1589 Domenico Fontana riuscì nell’impresa di ricomporre i tre frammenti dell’Obelisco Flaminio e di innalzarlo nuovamente al centro di Piazza del Popolo. L’intervento fu considerato una delle più straordinarie imprese di ingegneria del Rinascimento.
Da quel momento il monumento assunse un nuovo significato: da simbolo del dio Sole divenne parte integrante della Roma cristiana.
Il simbolo della porta di Roma
Per secoli Piazza del Popolo costituì il principale ingresso monumentale per chi arrivava a Roma da nord lungo la Via Flaminia.
Chi oltrepassava Porta del Popolo si trovava immediatamente davanti all’obelisco, che annunciava l’ingresso nella capitale della cristianità.
Nel corso dei secoli questo luogo è stato attraversato da pellegrini, sovrani, ambasciatori, artisti e viaggiatori provenienti da tutta Europa.
Tra loro anche Cristina di Svezia, il cui ingresso trionfale del 1655 trasformò Piazza del Popolo nel palcoscenico di una delle cerimonie più solenni della Roma barocca.
Se vuoi approfondire questo episodio, puoi leggere l’articolo dedicato a Cristina di Svezia: l’ingresso che cambiò la città.
Il significato simbolico dell’Obelisco Flaminio
Oltre al suo valore storico, l’Obelisco Flaminio conserva il significato simbolico proprio degli antichi obelischi egizi.
La sua forma slanciata richiama, secondo la simbologia egizia, un raggio del Sole che collega il cielo alla terra. Per gli Egizi rappresentava la presenza divina e il potere del faraone; per i Romani divenne un simbolo della grandezza dell’Impero; per la Chiesa fu reinterpretato come segno della vittoria del cristianesimo sul paganesimo.
Anche la sua posizione al centro di Piazza del Popolo contribuisce a organizzare lo spazio urbano. L’obelisco diventa il fulcro prospettico della piazza, il punto verso cui convergono lo sguardo e gli assi principali del luogo.
Un monumento da osservare con attenzione
Molti visitatori attraversano Piazza del Popolo senza soffermarsi sull’obelisco.
Eppure questo antico monolite ha attraversato oltre tremila anni di storia. È nato nell’Egitto dei faraoni, ha assistito allo splendore dell’Impero romano, è rimasto sepolto per secoli ed è tornato a dominare la città grazie all’ambizioso progetto urbanistico di Sisto V.
Osservarlo significa leggere, in un’unica pietra, il racconto di civiltà diverse che hanno lasciato la loro impronta sulla Città Eterna.
Chi oggi si ferma ai piedi dell’Obelisco Flaminio non ammira soltanto uno dei monumenti più antichi di Roma, ma anche il filo invisibile che unisce l’Egitto dei faraoni, l’Impero romano, la Roma dei papi e una delle piazze più rappresentative della città.
Lo sapevi che…?
L’Obelisco Flaminio è alto circa 24 metri, ma con il basamento e la croce raggiunge quasi 36 metri. Pesa oltre 230 tonnellate ed è, insieme all’Obelisco Lateranense, uno dei più antichi obelischi egizi conservati a Roma. Le iscrizioni geroglifiche che lo ricoprono celebrano Seti I e Ramses II e sono ancora oggi leggibili in gran parte della loro estensione.