Ci sono artisti che lasciano le proprie opere in una città. E poi ci sono artisti che finiscono per trasformare la città stessa in una loro opera.
Gian Lorenzo Bernini appartiene alla seconda categoria.
Passeggiando per Roma è quasi impossibile non incontrarlo. Le sue fontane animano le piazze, le sue statue popolano chiese e cappelle, i suoi colonnati modificano la percezione dello spazio. Persino antichi obelischi egizi, nelle sue mani, diventano protagonisti di nuove e sorprendenti composizioni.
Scultore, architetto, pittore, scenografo e uomo di teatro, Bernini fu uno dei grandi artefici della Roma barocca e l’artista prediletto di alcuni dei più importanti pontefici del Seicento.
Ma dietro la spettacolarità delle sue opere esiste un altro Bernini.
Un artista che costruisce percorsi attraverso gli sguardi delle statue, nasconde le sorgenti della luce, utilizza animali allegorici, antichi obelischi e complesse geometrie. Un artista che operava nella stessa Roma in cui Athanasius Kircher cercava di decifrare i misteriosi geroglifici egizi e Cristina di Svezia riuniva intorno a sé filosofi, scienziati e intellettuali.
Fu soltanto il linguaggio simbolico proprio dell’arte barocca?
Oppure dietro alcune delle sue opere si nasconde un linguaggio simbolico che affonda le proprie radici molto più indietro nel tempo?
Per scoprirlo dobbiamo osservare Roma con occhi diversi.
E seguire le tracce che Bernini ha lasciato nella pietra.
Gian Lorenzo Bernini: il regista della Roma simbolica
Ci sono artisti che lasciano le proprie opere in una città. E poi ci sono artisti che finiscono per trasformare la città stessa in una loro opera.
Gian Lorenzo Bernini appartiene alla seconda categoria.
Passeggiando per Roma è quasi impossibile non incontrarlo. Le sue fontane animano le piazze, le sue statue popolano chiese e cappelle, i suoi colonnati modificano la percezione dello spazio. Persino antichi obelischi egizi, nelle sue mani, diventano protagonisti di nuove e sorprendenti composizioni.
Scultore, architetto, pittore, scenografo e uomo di teatro, Bernini fu uno dei grandi artefici della Roma barocca e l’artista prediletto di alcuni dei più importanti pontefici del Seicento.
Ma dietro la spettacolarità delle sue opere esiste un altro Bernini.
Un artista che costruisce percorsi attraverso gli sguardi delle statue, nasconde le sorgenti della luce, utilizza animali allegorici, antichi obelischi e complesse geometrie. Un artista che operava nella stessa Roma in cui Athanasius Kircher cercava di decifrare i misteriosi geroglifici egizi e Cristina di Svezia riuniva intorno a sé filosofi, scienziati e intellettuali.
Fu soltanto il linguaggio simbolico proprio dell’arte barocca?
Oppure dietro alcune delle sue opere si nasconde un linguaggio simbolico che affonda le proprie radici molto più indietro nel tempo?
Per scoprirlo dobbiamo osservare Roma con occhi diversi.
E seguire le tracce che Bernini ha lasciato nella pietra.
Il giovane prodigio che conquistò Roma
Gian Lorenzo Bernini nacque a Napoli nel 1598, figlio dello scultore Pietro Bernini. Ancora bambino si trasferì con la famiglia a Roma, dove il suo talento attirò presto l’attenzione degli ambienti più influenti della città.
La sua carriera fu strettamente legata alla corte pontificia. Lavorò per diversi papi, ma fu soprattutto sotto Urbano VIII Barberini e Alessandro VII Chigi che lasciò un’impronta destinata a cambiare per sempre il volto di Roma.
Bernini non concepiva scultura, architettura e spazio come elementi separati. Le sue opere erano vere e proprie rappresentazioni: luce, movimento, prospettiva e gesti delle figure contribuivano a guidare lo sguardo dello spettatore.
Roma diventava così un immenso teatro di pietra.
Ed è proprio in questo teatro che iniziano ad apparire simboli, obelischi e immagini che ancora oggi suscitano interrogativi.
Santa Maria del Popolo: statue che parlano
Abbiamo già incontrato Bernini nella Cappella Chigi di Santa Maria del Popolo, alla quale abbiamo dedicato un precedente articolo.
Qui le statue di Abacuc e l’Angelo e Daniele nella fossa dei leoni sembrano comunicare attraverso lo spazio della cappella: gesti e sguardi stabiliscono un collegamento invisibile tra le figure.
Non è necessario immaginare un codice segreto per coglierne il fascino.
Bernini trasforma semplicemente lo spazio in un racconto, facendo dello spettatore parte della scena.
Ma fuori dalle chiese questo linguaggio diventa ancora più spettacolare.
Piazza Navona e il mondo intorno all’obelisco
Al centro di Piazza Navona sorge una delle opere più celebri di Bernini: la Fontana dei Quattro Fiumi, inaugurata nel 1651.
Quattro gigantesche figure rappresentano il Danubio, il Gange, il Nilo e il Río de la Plata, simbolicamente associati a quattro grandi parti del mondo allora conosciuto.
Sopra di loro si innalza un antico obelisco.
Acqua, roccia, animali, vegetazione e figure umane circondano così un monumento proveniente dal mondo antico, mentre sulla sua sommità compare la colomba dei Pamphilj, famiglia di papa Innocenzo X.
Il significato è anche politico e religioso: Roma e la Chiesa si pongono simbolicamente al centro di un mondo universale.
Ma proprio questa fontana ha dato origine a una delle leggende più divertenti sulla rivalità tra Bernini e Francesco Borromini.
Bernini contro Borromini: lo sberleffo che non c’era
Secondo una celebre tradizione romana, la statua del Río de la Plata alzerebbe il braccio verso la chiesa di Sant’Agnese quasi temendo che la facciata progettata da Borromini possa crollargli addosso.
Il Nilo, invece, si coprirebbe il volto per non essere costretto a guardarla.
Una vendetta scolpita nel marmo?
La storia è irresistibile, ma non regge alla prova delle date.
La Fontana dei Quattro Fiumi fu completata prima dell’intervento di Borromini sulla facciata di Sant’Agnese. Bernini, quindi, non poteva aver concepito quelle figure come una presa in giro dell’opera del rivale.
Eppure la leggenda continua a essere raccontata.
Forse perché Roma ha sempre amato trasformare le rivalità dei suoi artisti in storie, battute e piccoli misteri.
L’elefante, l’obelisco e la sapienza
Pochi monumenti romani sono enigmatici quanto il piccolo elefante che sostiene l’obelisco davanti alla basilica di Santa Maria sopra Minerva.
Il progetto fu ideato da Bernini e il monumento fu inaugurato nel 1667, mentre la realizzazione scultorea fu affidata al suo allievo Ercole Ferrata.
L’immagine dell’elefante che porta un obelisco non nasce però dal nulla. Un’immagine simile compare già nella misteriosa Hypnerotomachia Poliphili, il celebre libro rinascimentale pubblicato a Venezia nel 1499, ricco di allegorie, architetture fantastiche e riferimenti al mondo antico.
L’elefante rappresenta forza e solidità; l’obelisco rimanda invece all’antico Egitto e a quella sapienza che gli uomini del Rinascimento e del Barocco ritenevano antichissima.
Ed è qui che nella storia di Bernini compare un altro personaggio fondamentale: Athanasius Kircher.
Il gesuita, studioso dell’Egitto e dei geroglifici, partecipò all’interpretazione delle iscrizioni dell’obelisco. Bernini dava forma alla pietra; Kircher cercava di restituire un significato ai segni dell’antico Egitto.
Arte, archeologia, religione e ricerca di una sapienza perduta finivano così per incontrarsi nel cuore di Roma.
Un ultimo sberleffo di pietra?
Anche l’elefantino della Minerva possiede la sua leggenda.
Si racconta che durante la progettazione Bernini entrò in contrasto con alcuni domenicani del vicino convento, che avrebbero imposto modifiche al progetto.
Secondo la tradizione popolare, l’artista si sarebbe vendicato orientando provocatoriamente il posteriore dell’elefante verso il convento.
Quanto ci sia di vero è difficile stabilirlo.
Ma ancora una volta Roma ha trasformato un monumento di Bernini in una storia fatta di simboli, ironia e rivalità.
Piazza San Pietro: una geometria che abbraccia il mondo
Il capolavoro urbanistico di Bernini resta però Piazza San Pietro.
Il grande colonnato ellittico, realizzato durante il pontificato di Alessandro VII, sembra aprirsi e contemporaneamente avvolgere chi entra nella piazza.
Bernini stesso lo interpretò come le braccia della Chiesa che accolgono i fedeli.
Al centro si trova ancora una volta un obelisco.
Bernini non lo collocò lì — era stato innalzato nel 1586 per volontà di Sisto V — ma progettò il nuovo spazio intorno a quel gigantesco asse verticale.
Ancora una volta geometria, architettura, antichità e simbolismo religioso vengono riuniti in un’unica grande rappresentazione.
Bernini era dunque un esoterista?
È difficile dare una risposta definitiva.
Non possediamo un documento in cui Bernini dichiari apertamente di appartenere a una corrente esoterica o a un circolo iniziatico.
Ma forse non è questo il punto.
Bernini visse nella Roma del Seicento, una città in cui religione, filosofia, scienza e interesse per le antiche conoscenze si incontravano continuamente.
Era la Roma degli obelischi egizi e dei geroglifici, delle allegorie e delle geometrie simboliche. La Roma di Cristina di Svezia, di Massimiliano Palombara e soprattutto di Athanasius Kircher, l’uomo che cercava nei segni dell’antico Egitto le tracce di una sapienza perduta.
Ed è difficile non rimanere affascinati da una coincidenza: proprio nelle opere di Bernini ritornano continuamente alcuni di questi elementi.
Obelischi.
Geometrie.
Animali simbolici.
Percorsi costruiti attraverso gesti e sguardi.
Luce che appare senza che lo spettatore ne percepisca immediatamente la sorgente.
Figure che sembrano indicare qualcosa oltre se stesse.
Sono semplicemente gli strumenti di un geniale artista barocco?
Oppure Bernini conosceva un linguaggio simbolico capace di parlare contemporaneamente a più livelli?
Non abbiamo una risposta certa.
Ed è forse proprio questo a rendere la sua Roma ancora più affascinante.
Perché dietro la magnificenza delle fontane, delle statue e delle piazze sembra affiorare continuamente un secondo linguaggio, più discreto, destinato a chi decide di fermarsi a osservare.
E dietro alcuni dei monumenti più enigmatici di Bernini compare ancora e ancora lo stesso nome.
Quello di un uomo che trascorse la vita cercando di decifrare i geroglifici e di ricostruire un’antica sapienza nascosta.
Athanasius Kircher.
Per comprendere fino in fondo la Roma simbolica di Bernini, forse dobbiamo seguire proprio lui.
Ma questa è un’altra storia.


